Quanto costa mantenere un figlio all’Università?
Quanto costa mantenere un figlio a Universita

Mantenere un figlio all’università è un impegno gravoso, vediamo quanto

Mandare i figli all’università non è un’operazione facile, sia da un punto di vista logistico che da un punto di vista economico. Si tratta di farsi bene i conti e di capire bene come funzionano le cose.

Certo, abbiamo dei ragazzi che riescono a lavorare e al contempo studiare con profitto. Ma parliamoci chiaro: questi casi sono abbastanza rari, anche per una serie di ragioni oggettive.

La prima è che se si lavora e si studia, normalmente non è facile eccellere in entrambi i campi; la seconda è che comunque non tutti i ragazzi sono disposti a farlo; la terza è che, comunque sia, i pochi soldi guadagnati dai ragazzi molto spesso non sono sufficienti a far fronte alle spese universitarie, per cui devono intervenire sempre mamma e papà.

Specialmente se i ragazzi studiano in un’altra città. Partiamo da un presupposto purtroppo terribile, indegno. Non è garantita a tutti la libertà di accesso alle università pubbliche.

Questa storia del numero chiuso, è stata la resa ufficiale dello Stato nei confronti del diritto allo studio per tutti. In uno Stato davvero garantista in termini di studio non deve esistere il numero chiuso, non devono esistere i quiz (altra modalità assurda ed equivalente al gioco del lotto, come i calci di rigore).

All’inizio tutti devono avere la possibilità di iscriversi all’università che decidono di scegliere, secondo i loro desiderata, le loro inclinazioni, il loro impegno previsto.

Si è arrivati all’assurdo che alla facoltà di Medicina viene ammesso un ragazzo su dieci o giù di lì. Per non parlare di altre facoltà.

Sarebbe bene invece che il criterio meramente meritocratico, ammesso che la meritocrazia possa essere valutata su un quiz, entri in ballo a studi cominciati, valutando con parametri di profitto, di frequenza, di possibilità economiche e quant’altro a partire dagli anni successivi.

In un sistema democratico e inclusivo, questo dovrebbe essere. Poi c’è un altro grosso problema, quello delle tasse universitarie.

Negli ultimi tempi esiste il sistema di calcolo con l’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), che dovrebbe valutare l’importo della tassa in funzione di una serie di dichiarazioni con relativi parametri fiscali.

Ma sovente questo sistema è oltremodo ingannevole, perché si basa sulla fedeltà delle dichiarazioni e su parametri molto opinabili.

Non è raro scoprire che il gioielliere si trovi a pagare la metà di tasse universitarie di quelle che paga l’impiegato medio, o che il costruttore sia nullatenete o quasi.

Morale della favola: a pagare, e di più, come al solito sono coloro che semplicemente sono contribuenti onesti.

Tutto il resto è opinabile, anzi, un’offesa all’onestà. La situazione, per la famiglia di contributori onesti, si complica ulteriormente se il ragazzo, magari perché è costretto (e capita sempre più spesso), va a studiare in un’altra città.

Ma, di là di ogni altra considerazione, ecco una recente analisi di Federconsumatori sulle spese ad esempio che una famiglia con reddito basso deve affrontare per mantenere un giglio agli studi universitari fuori sede.

  • Rette universitarie: le famiglie che si trovano in seconda fascia (con un ISEE pari o inferiore a 10 mila euro) e in terza fascia (con un ISEE pari o inferiore a 20 mila euro), le rate annuali sono rispettivamente di 334,04 euro e 648,53 euro.
  • Libri e materiale didattico: il costo per l’acquisto di libri, quaderni e altri prodotti di cartoleria sono di 697 euro.
  • Trasporti extraurbani: lo studente che si sposta da una città all’altra spende annualmente circa 400 euro.
  • Trasporti urbani: i tragitti dello studente all’interno della città, sede degli studi, costano in media 207,71 euro.
  • Camera: affittare una stanza, soprattutto nelle grandi città, è ciò che incide maggiormente sul bilancio familiare. I prezzi vanno dai 4.058 euro per l’affitto di stanze singole ai 2.497 euro per l’affitto di stanze doppie;
  • Alimentazione, casa e divertimento: si stima che queste spese accessorie costino in media 3.622,78 euro.

Qualcosa deve essere fatto per rimediare a questo stato di cose, e il più presto possibile se non si vuole che anche l’Università diventi un lusso per pochi.

Laureata presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli, presidente presso Comunicazione e Territori scarlConsulente presso Consiglio Regionale della Campania e presente nellaCommissione Ambiente presso Consiglio Regionale della Campania.

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